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Sì all'intesa tra Telecom e Mediaset - intervista de La Stampa al sottosegretario alle Telecomunicazioni Antonello Giacomelli

20 Agosto 2017

La rete Telecom fu privatizzata male, non vorrei fosse rinazionalizzata peggio

Per rispondere alla domanda sull’eventuale rinazionalizzazione della rete telefonica si affida a Guccini: «Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà». Poco importa se i tempi di Eskimo siano preistoria: allora c’erano i telefoni a disco e il monopolista pubblico. Antonello Giacomelli è uno di quelli a cui piace andare controcorrente. Da sottosegretario alle Comunicazioni fu contrario alla prima tranche di privatizzazione di Poste, ora fa di tutto per evitare la seconda. E poiché da mesi sui giornali si parla di un possibile accordo fra Vivendi e Mediaset, non ha difficoltà a dire che quell’accordo «è auspicabile» purché nell’unione fra rete e contenuti ci sia «un forte segno italiano».

Giacomelli, fosse stato ministro ai tempi di Prodi e D’Alema si sarebbe battuto per lasciare Telecom allo Stato?
«La completa privatizzazione fu un errore. Ma non possiamo riscrivere la storia».

Non è favorevole a far riprendere la rete allo Stato?
«Ormai più di due anni fa abbiamo deciso di far investire allo Stato e alle Regioni sette miliardi di euro sulla rete dopo aver preso atto che gli operatori non lo facevano in modo adeguato. Secondo i nostri piani nel 2020 quasi il 40 per cento delle case italiane verrà raggiunto dalla rete pubblica».

È ottimista. E quindi?
«Discutere della rete oggi non è come qualche anno fa. Dopo averla privatizzata male non vorrei fosse rinazionalizzata peggio».

Sta dicendo che la rete non vale 13 miliardi, come dicono alcuni analisti?
«Capisco bene le ragioni dell’apertura fatta dal presidente de Puyfontaine sul vostro giornale, ma oggi la vendita della rete rischia di essere più nell’interesse di Telecom che dello Stato. Vedo che si cominciano a muovere schiere di advisor, mi sembrano lo zio Paperone con il segno del dollaro negli occhi. Non tocca a me dirlo, ma ho forti dubbi che il valore sia così alto. Parte di quella rete è persino obsoleta».

Non crede di esagerare? Telecom nel frattempo ha anche accelerato gli investimenti.
«Anche per merito delle iniziative del governo e di Open Fiber. Guardi, noi siamo qui a fare gli interessi del Paese. Che la rete non valga le cifre di cinque anni fa è evidente, e ciò vale anche per i cavi sottomarini di Sparkle. Le faccio qualche esempio: oggi Sparkle gestisce solo il 30 per cento delle comunicazioni provenienti da Asia, Africa e Medio Oriente. Qualche anno fa Bezeq International ha realizzato un collegamento di 2300 chilometri fra Tel Aviv e Bari. Risultato: il 60 per cento delle nostre comunicazioni con Israele lo gestiscono loro».

In ogni caso non sarebbe utile separare Telecom dalla rete, come si fece per Snam?
«Temo sarebbe una norma di stampo dirigista, difficilmente compatibile con il mercato digitale europeo. Se invece Open Fiber e Telecom nell’autonomia delle due società trovano l’accordo per un’unica società delle reti, ben venga».

Open Fiber ha un piano di investimenti da sei miliardi, finora le banche gli hanno concesso un finanziamento da 500 milioni. Forse l’accordo sulla rete serve a evitare una brutta figura al governo?
«C’è stato un lungo contenzioso, operazioni di contrasto da parte di Telecom che hanno creato qualche difficoltà. Non credo che una volta venuto meno questo problema Open Fiber avrà difficoltà a dare ossigeno all’operazione».

Nella trattativa c’è un non detto: il destino di Mediaset. Ai francesi è essenziale per il rilancio di Telecom in Italia. Cosa ne pensa?
«In Italia non c’è più un soggetto dominante pubblico, come esiste in Francia e Germania. È chiaro che con l’acquisizione di Telecom, Vivendi ha in mano un’importante fetta di mercato italiano. Per noi conta l’interesse generale, ovvero che attorno a Telecom ci sia un progetto non meramente finanziario. Mediaset è una grande realtà di contenuti: per noi è auspicabile un accordo industriale che permetta alle due società di crescere. Ma sia chiara una cosa: il segno italiano deve essere ben presente».

Che intende per «segno»? Allude all’azionista, quel signore che è ancora capo del principale partito di opposizione?
«No, penso a un problema che va ben oltre i destini del singolo azionista Berlusconi. Per evitare di lasciare a Fox e Netflix la supremazia culturale dei contenuti, in Europa occorre aggregare. Nell’intrattenimento l’Italia ha un ruolo in cui può dire la sua: benissimo ogni collaborazione con la Francia purché il nostro ruolo non sia sempre quello di cedere qualcosa».

Il Tesoro ha preso l’impegno con l’Europa di andare avanti con le privatizzazioni, ma molti nel Pd sono contrari alla vendita di Poste e Ferrovie . Dunque?
«Si può partire da scelte meno controverse che non mirino solo a fare cassa, ma mettano l’accento sullo sviluppo industriale di un settore. Ad esempio si potrebbe varare in tempi rapidi l’asta per le frequenze del 5G».

Avete una stima del gettito potenziale?
«E’ presto per dirlo, ma di sicuro non è inferiore a quello che otterremmo con Poste».


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