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Area Democratica, il congresso, le scelte

30 Settembre 2013

Documento congressuale di AreaDem presentato all'Incontro Nazionale di Cortona





Area Democratica si è costituita dopo lo scorso congresso con l'ambizione di contribuire al dibattito del Partito Democratico a partire dalle idee e dalle proposte in cui in tanti ci eravamo riconosciuti insieme a Dario Franceschini e Piero Fassino. In questi anni abbiamo mantenuto l'impegno a riconoscere il risultato congressuale e ad aiutare lealmente il gruppo dirigente eletto al congresso cercando di essere di stimolo sulle idee che sono state alla base della nascita del PD: la costruzione di un grande partito riformista capace, a partire dalle culture del ‘900, di proiettare nel futuro quelle storie superando divisioni e contrapposizioni fondate sul passato che non hanno più ragione di essere; la riforma della politica e dei partiti, che nell'era della globalizzazione vivono una crisi di credibilità, di rappresentanza, comune a tutti i corpi intermedi e che hanno bisogno di aprirsi alla società e alla partecipazione più larga; la necessità di liberare energie e potenzialità frustrate da burocrazie, interessi particolari e corporativismi che oggi impediscono ai giovani di avere opportunità. Siamo stati nel PD il luogo in cui vi è stata più contaminazione tra le diverse provenienze e appartenenze anche quando nel partito, troppo spesso, queste, più che il merito, sono diventate criterio per la definizione dei gruppi dirigenti, rischiando di produrre un ripiegamento nel campo delle vecchie appartenenze anziché promuovere il processo inverso. Gli incontri che AreaDem ha promosso a Cortona e su molti territori in questi anni hanno cercato di dare un contributo su questi temi non rinunciando mai ad interloquire con la ricchezza delle culture ed esperienze del riformismo italiano. Questo resta il nostro impegno per il futuro, sapendo che questo può significare, nel PD che sarà dopo il congresso, anche mettersi a disposizione di esperienze più larghe che possano coinvolgere altri che condividono questa ricerca e attenzione sulla qualità del riformismo. 

Alle ultime primarie abbiamo sostenuto la candidatura di Bersani nella convinzione che il segretario del PD potesse rappresentare meglio di altri l'unità e la proposta politica del centrosinistra, insieme alla capacità di governo che aveva saputo dimostrare. Ma la sconfitta alle elezioni mette il PD di fronte ad un nodo cruciale che abbiamo sottovalutato e che non può più essere eluso, tanto meno nella discussione congressuale. Nel momento in cui sembravano esserci tutte le condizioni per una vittoria del centrosinistra e del PD è emerso un panorama ben diverso, un Paese diviso in tre, un astensionismo molto significativo, poi confermato dalle amministrative successive. Nella sostanza, di fronte alla crisi, non abbiamo saputo incontrare la domanda di cambiamento che c'è nel Paese e non abbiamo saputo mettere in campo una proposta di società né un’idea di riforma della politica, vissuta ormai come lontana e inutile, che risultassero credibili per i cittadini. Discutere oggi sulla campagna elettorale o sulla scelta dei candidati non è sufficiente di fronte a ciò che ci ha consegnato il voto con tutta la sua crudezza: non siamo in grado di intercettare una parte rilevante delle domande di cambiamento, né di rappresentare ceti tradizionalmente riferimento per la sinistra; siamo vissuti, anche noi, come responsabili di un sistema politico che appare complessivamente conservatore e distante dai problemi reali. Per una forza riformista non essere credibile come forza di cambiamento significa venire meno alla propria funzione. Quindi il "o si cambia o si muore" torna ad essere un imperativo non più rinviabile e centrale per il congresso del PD.

Le drammatiche giornate dell’elezione del Presidente della Repubblica, le successive dimissioni del nostro segretario, hanno accentuato i caratteri di una crisi che rischiava di pagare il Paese. Il cortocircuito tra le legittime aspirazioni dei nostri militanti ed elettori e il risultato elettorale, che non ci consentiva di costruire un governo di centrosinistra, e tra i ruoli istituzionali e politici, hanno esasperato la giusta delusione di tanti, sottolineando ulteriormente i limiti di un’idea di partito in cui sparisce il senso di responsabilità a vantaggio di posizionamenti personali che prescindono da un percorso politico coerente e i limiti di un partito vissuto come l'antagonista di Berlusconi, anziché come il portatore di una propria idea di Italia. 

Al congresso scegliamo di sostenere la proposta che ci pare più coerente con questa analisi e con la battaglia che abbiamo, in tanti, fatto lo scorso congresso. Matteo Renzi oggi rappresenta la personalità che può riaprire un canale di comunicazione tra PD e una parte del Paese, può intercettare una domanda di cambiamento, può allargare il consenso e rappresentare al meglio l'idea di una società aperta delle opportunità per i giovani e per i non garantiti. Il confronto sarà sul merito e su questo daremo il nostro contributo. Ma tra l'idea di cercare nel passato le soluzioni alla crisi - idea rassicurante per chi l'ha vissuto ma che difficilmente può parlare alla società e soprattutto ai cittadini di oggi - e l'idea di altri di una politica che non si fa carico della responsabilità di governo e si limita a manifestare dissenso e contrarietà, noi scegliamo di provare a percorrere la strada dell'innovazione e del riformismo mettendo al centro lavoro, sviluppo, istruzione, pari opportunità e diritti. 
Lo facciamo sapendo che il leader sarà riconosciuto e che sarà tanto più forte, quanto più sarà forte il partito che sarà chiamato a dirigere. In questi anni il partito si è indebolito, hanno prevalso logiche autoreferenziali, è spesso venuto meno il principio di responsabilità, si sono ridotti gli spazi di discussione e condivisione e, soprattutto, ha vissuto la contraddizione profonda tra l'essere il partito che ha fatto delle primarie un fatto costitutivo e la difficoltà ad aprirsi nella quotidianità. Continuiamo, in molte realtà a mantenere un significativo radicamento territoriale, che va valorizzato e non disperso, ma se non siamo capaci di colmare la distanza tra quelle esperienze e la politica nazionale e le scelte che si fanno, rischiamo di perderlo. Insomma il tema non può essere ricostruire il PD guardando ai vecchi modelli, poiché sarebbe uno sforzo vano, ma neppure quello di ridurlo ad un mero comitato elettorale permanente.  Servono canali di partecipazione, sedi di condivisione, serve valorizzare il ruolo degli iscritti senza rinunciare al coinvolgimento degli elettori e valorizzare il pluralismo delle idee senza scadere nel correntismo deleterio, premiando il merito e riconoscendo il consenso. La riflessione sulla forma partito che si è fatta all'atto fondativo del PD non è evidentemente, col senno di poi, stata sufficiente, e va ripresa a partire proprio dal congresso.

L’Italia sta vivendo in questi giorni la fase probabilmente più difficile di una lunga crisi politica e istituzionale. L’esperienza iniziata solo pochi mesi fa di un governo di servizio al Paese, nato raccogliendo l’appello del Presidente della Repubblica alle forze politiche ad intraprendere un cammino di riforme, economiche, sociali e costituzionali non più rinviabili, sembra essere giunta ad uno spartiacque. O si va avanti lungo la strada indicata dal Capo dello Stato, che alla prospettiva di una stagione riformatrice aveva legato la generosa e sofferta disponibilità alla sua rielezione, facendo prevalere su ogni altra cosa gli interessi del Paese, o si precipita in una situazione di instabilità e conflittualità i cui esiti nefasti è facile prevedere. 
In queste ore le sciagurate e imprudenti decisioni dei vertici di Forza Italia ci avvicinano pericolosamente al limite di uno scontro che può travolgere il sistema nel suo complesso, in una deriva che mette a repentaglio la tenuta stessa delle più alte istituzioni della Repubblica. Questa strada rischia di essere senza ritorno.
 
La crisi politica e istituzionale tocca il suo apice proprio mentre, attorno a noi, cominciano a delinearsi spiragli di una possibile ripresa. I parametri e gli indicatori economici ci dicono che la caduta sembra giunta al termine e che ora è possibile cominciare una lenta ma progressiva risalita. In Europa questi segnali sono già evidenti, ma anche l’Italia vede al suo orizzonte motivi di ottimismo. A quattro mesi dal suo insediamento, il governo Letta, in condizioni proibitive per i conti pubblici, ha realizzato interventi importanti su capitoli decisivi per il futuro del Paese: dalla scuola alla cultura (dove da tempo non venivano investite risorse), dalla creazione di opportunità per comparti importanti dell'economia alla liquidazione dei debiti della P.A. con le imprese, fino agli interventi su infrastrutture, Expo, ambiente ed energia. Siamo ad un punto di svolta. Anche qui uno spartiacque: l’interruzione di questa esperienza di governo rappresenterebbe il definitivo affossamento di ogni speranza di agganciare la ripresa. E il prezzo di una decisione tanto irresponsabile lo pagherebbero ancora una volta le famiglie, le imprese e soprattutto le fasce più deboli ed esposte delle nostre comunità. 
Non è più il tempo di piccoli calcoli, retropensieri, furbizie e tatticismi. In gioco ci sono l’Italia e il suo destino. 
Di fronte ad un passaggio così decisivo si misurano, dunque, la credibilità delle forze politiche, l’autorevolezza delle leadership ma anche la responsabilità di chi individualmente e senza vincolo di mandato è chiamato a svolgere il suo dovere nei confronti del Paese. Dobbiamo chiederci, ora, se siamo stati e possiamo ancora essere all’altezza dell’impegno che abbiamo assunto con il Presidente della Repubblica di fronte al Parlamento per una stagione straordinaria di riforme necessarie all’Italia per uscire dalla sua lunga e tormentata transizione. Crediamo che l’identità, la natura stessa del Partito Democratico come grande forza riformista, nazionale e volta al bene comune, impongano a tutti noi, al di là degli schieramenti e delle scelte congressuali, di mettere in campo ogni sforzo per un chiarimento vero e senza ambiguità, che corrispondendo all’alto magistero del Capo dello Stato, eviti all’Italia un drammatico salto nel buio.


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