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Franceschini a la Repubblica: Matteo è la nostra carta vincente ma partito e premier vanno distinti; bisogna fare due primarie separate

28 Luglio 2013

Ho proposto due primarie aperte. Gli aderenti al Pd votano per la segreteria. Tutti gli elettori italiani possono votare per scegliere il candidato premier del centrosinistra



la Repubblica

di GOFFREDO DE MARCHIS

Dario Franceschini interviene alla direzione del Pd e scoppia la rivolta tra i militanti sui social network. «Se la mia proposta fosse stata "eleggiamo il segretario di notte, soltanto tra gli iscritti nel chiuso delle sezioni", la contestazione avrebbe tutte le ragioni del mondo. Ma chi mi ha ascoltato sa che ho detto cose diverse. E a chi ha frettolosamente riferito all'esterno, dico che nei 140 caratteri di un tweet è difficile concentrare un ragionamento così articolato». Il ministro dei Rapporti col Parlamento chiarisce perciò il suo "lodo" per il congresso democratico: «Due primarie aperte. Gli aderenti al Pd votano per la segreteria. Tutti gli elettori italiani votano, o meglio possono votare, per scegliere il candidato premier del centrosinistra».

Allora, ministro, lei propone primarie riservate agli iscritti per scalare la segreteria del Pd. Questo è l'atto di accusa di molti dirigenti e del popolo democratico.

«Ed è un modo di ragionare che trasforma tutto in rissa o in folli accuse di tradimento. Sgombriamo subito il campo dalle interpretazioni delle mie parole, fatte più o meno in buonafede. Io penso a due meccanismi di primarie aperte. Aperte a tutti gli elettori - senza albi, senza vincoli, senza trucchi - per il candidato premier con l'approvazione di una norma statutaria che stabilisca che le primarie si tengono obbligatoriamente anche in caso di elezioni anticipate. Le primarie per eleggere il segretario del Pd invece si fanno tra gli aderenti al partito».

Torniamo a bomba: vale adire tra gli iscritti.

«Figuriamoci, è impossibile pensare alla platea degli attuali tesserati. In gran parte del Paese non ci sono neanche più. Penso piuttosto a un sistema totalmente aperto per cui un cittadino si presenta ai gazebo, ai circoli e anche un minuto prima di votare, aderisce al partito. Un modo per aprire il Pd a nuove energie, non per rinchiudersi».

Traduzione terra terra: Matteo Renzi prepari la corsa per Palazzo Chigi e lasci stare il Pd.

«La mia traduzione è diversa. Eleggere un segretario e un candidato premier con la stessa fonte di legittimazione può essere causa di inevitabili contrapposizioni. Penso che Matteo sia una carta vincente per le elezioni. Anche per questo propongo di blindare nello statuto primarie aperte per il premier. Ma, fatte le regole, sarà lui a scegliere. Se vuole fare il lavoro di segretario del Pd o se viceversa punta a guidare il Pd e la coalizione al voto delle politiche. Oggettivamente, mi sembrano due mestieri diversi. Dire questo, significa anche proporre un ragionamento sul Pd».

Quale ragionamento?

«Ho letto tante stupidaggini sulla distinzione tra innovatori e conservatori. Alla direzione ho posto, consapevolmente in maniera un po' brutale, la questione cruciale del congresso sulla natura del Pd. I partiti del futuro devono essere luoghi di formazione, di studio, di militanza, di elaborazione di idee o devono rassegnarsi a diventare soltanto dei comitati elettorali a sostegno di volta in volta del candidato sindaco o presidente di regione o premier?».

Lei partecipò da candidato alle primarie aperte del 2009 per la segreteria. Perché ha cambiato idea?

«Nel 2007, quando il Pd è nato, il sistema puntava a diventare in fretta bipartitico, quindi era naturale far coincidere la figura del segretario e del candidato premier. Alle primarie alle quali partecipai, tutti quelli che andarono a votare sapevano che, nei fatti, stavano scegliendo il segretario che avrebbe corso alle elezioni successive ».

E adesso?

«Adesso non sono io che ho cambiato idea. È cambiato il sistema politico. Siamo in uno schema tripolare in cui nessuna forza raggiunge il 30 per cento. Io spero che si torni presto a una normalità europea ma quando sei intorno al 25 per cento dei voti puoi scrivere quello che vuoi nello statuto, anche che il tuo segretario diventa automaticamente re. Serve a poco. Per andare al governo, in questa situazione, servirà un'alleanza. Non è escluso ma non è nemmeno automatico che il leader del Pd sia il candidato di tutta la coalizione. Anzi, per il lavoro di cucitura che dovrà svolgere, potrebbe partire svantaggiato nella gara per Palazzo Chigi».

Per essere chiari: il tema vero di questa battaglia delle regole è come difendere Letta e il governo delle larghe intese?

«È abbastanza insopportabile immaginare che ogni proposta sul congresso sia legata all'esigenza di far sopravvivere il governo. Come se questo fosse un problema di chi ne fa parte e non di tutto il Pd. Il mio ragionamento non c'entra nulla con il governo».

Nelle settimane scorse, lei ha evocato il rischio-scissione. Ha ancora questa paura?

«Condivido ciò che ha detto Cuperlo in direzione: le regole congressuali non vanno modificate a maggioranza ma con un' intesa generale. Mi auguro che anche altri abbiano lo stesso approccio al problema. Partendo da un principio basilare: prima il Paese, poi il partito, poi i destini personali. Se siamo d'accordo su questo, diventa tutto più facile».

È possibile la convivenza tra Letta e Renzi?

«Non credo sia impossibile. Ma temo un qualche disagio nell'elettorato di sinistra, che è la parte prevalente del nostro mondo. Con Letta premier e Renzi segretario potrebbe non sentirsi rappresentato».


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